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Del Lapislazuli

(english version)

Difficile per noi sapere cosa gli Antichi apprezzassero in una pietra.
Certo il colore o la rarità. Forse la durezza e la resistenza al corrosivo trascorrere del Tempo che tutto trasforma in Altro.
Oppure una interna affinità con Ore, Luoghi ed i misteriosi colloqui tra Nature, Dei e Spiriti Elementali che ne derivano.
Da queste nascoste connessioni di simpatia e dalle loro naturali estensioni alcuni minerali traggono virtù visibili, quali la capacità di soddisfare 1'occhio che le ammira, come altre più segrete e non certe ma altrettanto preziose.

Così il Lapislazuli, roccia e non minerale- si badi bene, sempre è stato riconosciuto curare l'ipertensione, a volte l'ansia che la genera e certamente le affezioni alla gola ed alla laringe.
Pregiato già nella Ur del quarto millennio A.C., utilizzato per dare luce agli occhi delle sculture degli Dei, finemente trattato come cosmetico per i più potenti del mondo di allora.
Da sempre il migliore è asiatico, tra gli ottimi dell'Asia eccelle quello cavato in Afghanistan e, tra questi, insuperabile ciò che proviene dalle labirintiche miniere di Sar-e-Sang, a Badakhsan.

Ancora se ne compra a Peshawar al mercato vecchio. Bisogna cercarlo in frammenti non più grandi di una mandorla. E' infatti questa una misura che non vale la pena tingere affinchè appaia più bella e di contro si può essere certi provenire dallo scarto di tagli più grossi ed importanti. Molte origini si mescolano in questa ghiaia azzurra tanto da poter garantire,come nèlla ricetta della marmellata del Sultano, che ce ne sia di ottima e di cattiva, di vecchia e di cavata di fresco.
Lavata accuratamente asciugata appena, questa semenza di colore passa alla tortura del mortaio.
Di bronzo, per certo, mai di pietra.
Se ne affida al mortaio poco più del doppio del volume della testa del pestello alla volta.
La bocca del mortaio chiusa da un vecchio straccio umido in modo che la polvere di macinazione non si disperda e quella volgare del mondo non osi tentare di mescolarsi al principe dei colori.

Le prime offese del pestello sono dirette a percuotere il fondo del mortaio. L'azione è quella di chi zangola il latte. Deve avere ritmo ed essere seguita da un gentile gesto circolare della mano sinistra che scuota la bocca di bronzo per riportare sul fondo i pezzi più grossi e pesanti.
Quando la pietra è ridotta in frammenti grandi come un chicco di riso la si lascia riposare.
Si unge leggermente con olio di mandorla il pestello e, richiusa con lo straccio la bocca si inizia la macinazione con un continuo ruotare circolare del pestello all'interno del mortaio tenuto saldamente inclinato. Questo è il momento della verità.
Dall' odore della pietra molata si capirà quanto è pura ma, soprattutto, quando è il momento di interrompere la macinazione.

Come Bellini imparò a caro prezzo, il Lapislazuli troppo macinato si snerva, intristisce e diviene per sempre
grigio. La macinazione deve esaltare e non mortificare. Perfetta che sia la molatura, la polvere deve ancora
riposare. Quache giorno, permettendo che le nuove superfici che per la prima volta conoscono 1'aria si ossidino e respirino.
Sfregata tra i polpastrelli questa polvere deve essere ancora irregolare ed un poco granulosa, non certo una cipria impalpabile come alcuni scrivono. Bisogna a questo punto avere a disposizione un pesante pentolino di ferro, dell' aceto bianco meglio se distillato, una mascherina di tela umida a coprire naso e bocca e, oltre al fuoco, una bella giornata tanto da poter lavorare a finestre spalancate.
Si arroventa il pentolino e si cuoce la polvere di lapis rimescolandola con un cucchiaio di legno fino a che non sarà diventata nera. Allontanato appena il recipiente dal fuoco basterà coprire di aceto la polvere per sentirla soffiare e sfrigolare liberando una mefitica piccolo nube puzzolente di zolfo.
Questa purificazione detta "spegnitura" va ripetuta a pietra raffreddata non meno di quattro e non più di nove volte a seconda della qualità d'origine.
Ad ogni spegnitura il lapis diventa più friabile, più sottile e più nero.

La polvere va lasciata ben raffreddare e posta in un barattolo di vetro asciutto chiuso e pulito. La si agiterà sovente come un buon barman fa con lo shaker.
Faremo allora fondere a bagno maria una parte di trementina veneta, una di colofonia in polvere, una di cera vergine aggiungendo all'ultimo mezza parte di olio di lino purificato al sole. Solo quando l'amalgama sarà omogeneo e filante al cucchiaio di legno si potrà iniziare ad aggiungere a pioggia leggera, evitando grumi ed ammassi, una parte e mezza della nostra polvere nera di Iapis.
Si versa velocemente l'amalgama caldo in una bacinelle smaltata quasi colma di acqua gelata e, con le mani ben unte di olio di lino, la si impasta con foga come si farrebbe con la massa del pane.

Inevitabile scottarsi. Non appena la pasta tende a raffreddare la si modella in bastoncini del diametro di un pollice e della lunghezza di poco meno che una spanna.
A questo punto molti sono i modi di procedere.
Alcuni lasciano riposare i pastelli di amalgama in aqua per settimane, e mio padre mi ha insegnato così.
Altri rimescolano furiosamente i bastoncini in acqua e lisciva fino ad avere un liquido azzurro che raccolgono in recipienti differenti ogni volta che è saturo, pensando così di separare tra loro varie qualità di colore e purezza, ed anche in questo c'è del vero.
Altri ancora cullano i bastoncini in un misto di acqua e trementina, oppure di trementina ed essenza di petrolio in modo che il colore si liberi lentamente limpido abandonando nella cera ogni impurità separata dallo spegnimento.
Quale sia il modo seguito nessuna ricetta può spiegare quando è il momento di interrompere un' operazione,
quale grana deve avere il colore per lo scopo che ci si prefigge, quale odore ci avverte del termine della purificazione.
E di certo nessun testo può rendere l'idea della gioia pura che si prova quando schiarite la acque della lavatura, sul fondo di smalto bianco della bacinella si raccoglie il più sontuoso e profondo blu dai riflessi di porpora che l'uomo abbia mai avuto in dono dalla Natura.

Andrea
Fortina